giovedì 21 gennaio 2016

GIORNO DELLA MEMORIA



Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime dell'Olocausto. È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria. La risoluzione fu preceduta da una sessione speciale tenuta il 24 gennaio 2005 durante la quale l'Assemblea generale delle Nazioni Unite celebrò il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine dell'Olocausto.La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (in tedesco Auschwitz) scoprendo il tristemente famoso campo di concentramento e liberandone superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.Ad Auschwitz, circa 10-15 giorni prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia stessa.
In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi come quello di Chełmno e quello di Bełżec ma questi, essendo di sterminio e non di concentramento, erano vere e proprie fabbriche di morte dove i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo poche unità speciali.
Al 22 gennaio 2014 il memoriale dello Yad Vashem riconosceva 24.811 persone come "Giusti tra le Nazioni", cioè i non ebrei che si sono impegnati, a rischio della vita, a soccorrere gli ebrei perseguitati[5]. Tra le nazioni con il maggior numero di insigniti ci sono:
Esiste anche una Giornata europea dei Giusti che, sull'esempio del riconoscimento dato da Yad Vashem ai non ebrei che salvarono gli ebrei durante la Shoah, ricorda le figure esemplari che si sono battute e si battono contro tutte le persecuzioni e in difesa dei diritti umani. Il 10 maggio 2012 il Parlamento europeo ha istituito  su proposta di Gariwo la foresta dei Giusti[7], la Giornata europea dei Giusti per il 6 marzo, anniversario della morte di Moshe Bejski, che per 25 anni è stato presidente della Commissione dei Giusti di Yad Vashem.
(da Wikipedia)

lunedì 26 gennaio 2015

RODI --> BIRKENAU


Sami Modiano, 83 anni, sopravvissuto ai campi nazisti, 
racconta 70 anni dopo
Mio padre a Birkenau mi disse: 
«Vado via, ma tu devi resistere»
Mi sono salvato grazie a un carico di patate. 
E adesso voi non potete dimenticare l’Olocausto
di Antonio Ferrari


A otto anni Sami Modiano era uno dei bambini più vivaci e brillanti della scuola elementare italiana di Rodi. Forse era in assoluto il primo della classe, come sostenevano i genitori dei suoi compagni, con quell’ammirazione espressa e così insistita da poter sconfinare facilmente nell’invidia. Sì, perché Sami, alunno eccellente, non aveva di sicuro l’aria e il comportamento del secchione. Nuotava, correva, giocava a calcio, scherzava, si divertiva, però a scuola gli bastava studiare il minimo per meritare il massimo.
Quella mattina, quando fu chiamato alla cattedra, si sentiva persino più sicuro e disinvolto del solito. Era pronto a rispondere alle domande del maestro ma il suo sorriso si spense subito perché l’insegnante, invece di interrogarlo, lo guardò come mai lo aveva guardato e gli disse: «Samuel Modiano, sei espulso dalla scuola!». Un ceffone morale umiliante, un vero choc, le gote di Sami si tingono di porpora, la gola si chiude. Con un filo di voce: «Ma che colpa ho?», «Che cosa ho fatto? Dove ho sbagliato?». Per far capire a quel bambino sbigottito e improvvisamente spaventato che non aveva fatto nulla di male, e che quel provvedimento non riguardava né il profitto né la condotta, l’imbarazzato maestro gli pose affettuosamente una mano sul capo e aggiunse a bassa voce: «Ora tornatene a casa, tuo padre ti spiegherà».
Sami Modiano, che oggi ha quasi 83 anni e che per decine di volte si è salvato per puro caso nella più efferata partita a scacchi con la morte, ha scritto un libro che ha per titolo la risposta – abbastanza ermetica – alla domanda che per decenni lo ha tormentato: Per questo ho vissuto. Che cosa voglia dire in realtà, Sami lo scrive nelle pagine della sua tremenda odissea. Pagine che grondano dolore, orrore, sevizie, umiliazioni, morte, torture, sterminio. All’inizio del racconto, ecco il punto da cui tutto ha avuto origine: «Quella mattina, a Rodi, mi ero svegliato come un bambino. La sera mi addormentai come un ebreo».
La storia del bambino-ebreo di Rodi trafigge il cuore e ferisce l’anima. È una storia che Sami, come quasi tutti i sopravvissuti all’Olocausto, aveva taciuto per quasi tutta la vita perché, nel raccontarla, la sofferenza era come raddoppiata: non bastava l’infarto emotivo della cronaca e dei ricordi incalcellabili delle sofferenze patite; il veleno aggiuntivo era provocato dall’incredulità espressa da molti di coloro che lo ascoltavano. «Guardandoli, sembrava mi volessero dire che non credevano alla mia storia. E questo, ancora una volta, mi feriva a morte». Alla fine, dopo molte titubanze, ha prevalso il dovere: di trasmettere ai giovani la vissuta testimonianza di quello che è stato l’Olocausto, nel cuore dell’Europa colta ed evoluta; e poi di onorare chi fu annientato dall’odio razziale degli aguzzini nazisti.
Leggi razziali a Rodi. Sami si è speso e si spende con generosità, passione, sdegno, ma anche con la lievità di chi non ha perduto il senso dell’umorismo. La sua storia si apre con le immagini di un’infanzia felice, in una famiglia felice, su un’isola felice, Rodi – conquistata dagli italiani, che l’avevano strappata ai turchi all’inizio del ’900 –. Immagini trasformate in poche ore, in quel maledetto 1938, in un incubo, costringendo le vittime a dover convivere da subito con l’ansietà, l’angoscia, la paura. E con la consapevolezza di essere il “diverso” che gli altri cercano di evitare, magari voltando il capo dall’altra parte.
Il padre di Sami che perde il lavoro, la madre uccisa da una grave malattia, la necessità di procurare cibo per il genitore e la sorella, la generosità che i soldati italiani nutrono per quel ragazzino nonostante le leggi razziali, la disoccupazione e la discriminazione che colpisce come una frustata la minoranza ebraica dell’isola. Chi poteva, dopo la promulgazione delle leggi razziali del ’38, lascia l’italiana Rodi per andare a vivere e a trovare un approdo più sicuro in America, in Argentina, in Canada, in Africa. In quattro anni, metà degli israeliti erano espatriati: gli ebrei rimasti superavano di poco i 2.000. Sami non capiva, era ancora un bambino, e non pensava che dopo qualche tempo avrebbe benedetto la prematura scomparsa della sua mamma. Morendo nel suo letto di dolore, la donna non avrebbe visto e patito il picco dell’orrore, a differenza del marito e dei figli. Il racconto dell’ingannevole convocazione degli ebrei di Rodi si raccorda subito con il calvario della deportazione. Un calvario simile a quello di tutti i correligionari dei Paesi occupati dalla macchina da guerra di Adolf Hitler, ma – nel caso dell’isola del Dodecaneso – con una feroce sofferenza aggiuntiva, il doppio viaggio verso la morte: il primo in mare, stipati su una chiatta maleodorante riservata al trasporto degli animali, sotto lo spietato sole di agosto, fino al porto di Atene; il secondo viaggio sul treno dell’infamia, nel buio soffocante dei vagoni per il bestiame. Destinazione la Polonia, i campi di sterminio.
Sami ormai ha poco più di 13 anni, ma ne dimostra alcuni di più. La famiglia, giunta a Birkenau, supera la prima brutale selezione: il cenno a sinistra del medico nazista, che giudicava a vista, voleva dire camera a gas e forno; il cenno a destra indicava i “privilegiati”, risparmiati perché giudicati adatti ai lavori più duri. In pochi giorni di internamento, quasi tutto diventa chiaro, anche nello sguardo ancora innocente di un ragazzino. La fugace e quotidiana visione di sua sorella, oltre la cortina di ferro attraversata dalla corrente, conforta Sami fino al giorno in cui non la vede più, e comprende che è andata all’infermeria, anticamera della morte. Suo padre, prostrato dal lavoro massacrante, dal freddo, dalla fame e dalle torture gli rivela, una sera, che ha deciso di farsi visitare, metafora che significa “non ce la faccio più”. Ma prima di consegnarsi agli assassini, impone al figlio di tenere duro. «Sami, tu sei forte. Devi farcela. Ce la farai!». E così il ragazzino di Rodi, diventato adulto, resta solo a combattere per la vita.
Salvo grazie alle patate. Racconti e dettagli agghiaccianti. Una volta Sami ha un cedimento, ha la tentazione di farla finita, è pronto a lanciarsi contro il filo spinato, davanti al quale ogni giorno veniva obbligato a raccogliere i cadaveri delle persone che, una notte dopo l’altra, decidevano di morire. Lo trattiene l’accorata imposizione di suo padre: “Devi farcela!”. Ci riesce, almeno fino a quando, affamato, indebolito e ridotto a uno scheletro, non riesce a superare la nuova selezione. Vuol dire camera a gas.
Il suo destino è segnato. Lo chiudono, assieme ad un gruppo di altri sventurati, nell’anticamera della finta doccia dove le conduttore del letale Zyklon B sputano veleno a getto continuo. Ma non succede nulla. Una nuova forma di tortura, sperimentata dai nazisti? Passano le ore in un silenzio irreale, poi si spalanca una porta, ma non è quella della camera a gas. Un ufficiale tedesco dà ordine di uscire all’aperto, perché si è prodotta un’emergenza. Sami racconta l’emergenza con un sorriso amaro: «Sono vivo grazie a un carico di patate».
Chissà quante volte avrà raccontato questo incredibile episodio. «Proprio patate, sissignore! Era infatti arrivato un treno carico di patate, ma non vi erano abbastanza prigionieri per scaricarlo. Era quasi mezzogiorno, e quasi tutti i deportati si trovavano fuori dal campo, al lavoro. Bisognava scaricare le patate in fretta perché un altro treno della morte, carico di ebrei, attendeva il turno per arrivare alla rampa di Birkenau. Io e gli altri candidati al gas ci siamo guardati, stupefatti: non era ancora il momento di morire. Fummo condotti a scaricare le patate, sistemandole a piramide su assi di legno. Alla fine, ci fu un’animata discussione fra due ufficiali nazisti: uno diceva che dovevamo andare al gas subito; l’altro invece – visto che già indossavamo il pigiama a righe e avevamo preso confidenza con le leggi, la disciplina e le punizioni del lager – sostenne che era meglio rimandarci nelle nostre baracche. Per il gas sarebbero stati pronti i passeggeri del treno che stava sopraggiungendo. Prevalse il fanatismo organizzativo del secondo. Per noi, quindi, morte rinviata».
La marcia della morte. Sami ha un carattere forte, ma rivivere quei momenti gli provoca una smorfia dolorosa. «A Birkenau avevo perso la fede, bestemmiavo il dio che non faceva nulla per impedire quell’atrocità. Poi, Dio l’ho ritrovato. Mi ha fatto sentire la sua presenza anche alla fine di quell’atroce sofferenza. Mentre stava arrivando l’Armata rossa sovietica per liberarci, i nazisti ci misero in fila per la fuga notturna, dopo aver fatto saltare i forni e distrutto le prove più evidenti dello sterminio, cercando di cancellare quel che ormai tutto il mondo sapeva. Durante il trasferimento, che i sopravvissuti ricordano come la marcia della morte, chi cadeva, scivolava o zoppicava veniva ammazzato immediatamente con una raffica di mitra. Ero sfinito, mi piegai sulle ginocchia. Ero morto, sì ero morto, sapevo e sentivo che nessuno avrebbe potuto far più nulla. Invece, due miei sconosciuti compagni di sventura mi presero, uno per le braccia l’altro per le gambe, e mi salvarono, alla fine della marcia, lasciandomi svenuto – ma vivo – accanto a una montagna di cadaveri. Non ho mai conosciuto i nomi di chi mi ha salvato. Li ho cercati ma non ho mai ritrovato quei due angeli che erano stati più forti della volontà di sopravvivere, una forza che imponeva a ciascuno di pensare egoisticamente a se stesso, a farcela. E poi Dio si è ricordato di me, dandomi la fortuna di incontrare mia moglie. Vivere con un sopravvissuto non è facile. Occorre pazienza, generosità e amore. Io l’amore vero lo ho trovato. Sono stato fortunato».
È incredibile sentir parlare di fortuna da un uomo che ha visto e patito le sofferenze più indicibili. Doppiamente incredibile perché, anche dopo dopo la liberazione, la vita di Sami Modiano, salvo per caso, non è stata facile. La fuga dal villaggio dove erano dislocati i soldati sovietici che lo avevano salvato. Fuga dettata dal piano di un amico, che temeva di essere inviato sul fronte russo, e dal desiderio di tornare a casa, nonostante i sovietici trattassero i sopravvissuti con molta umanità. Altre settimane di marcia notturna, ma questo – racconta Sami – «per me, come si può immaginare, non era il principale problema». Alla fine, l’arrivo a Roma. Ero italiano a tutti gli effetti, ma non avevo mai visto il mio Paese.
Dall’Africa a Ostia. Modiano aveva perduto tutto. Rodi era lontana. E così è andato a cercare parenti e amici, prima a Ostia, dove vive tuttora, poi in un altro esilio, nel Congo Belga, dove altri si erano trasferiti e avevano intrapreso con successo attività commerciali. Il ragazzino, diventato adulto combattendo con la morte, non ci pensa due volte. Sbarca dall’aereo nel cuore dell’Africa, prende confidenza, si impegna, viene colpito più volte dalla malaria ma si riprende, mette in piedi una piccola impresa. Finalmente è quasi un benestante. Si sposa e si convince che la vita è tornata finalmente a sorridergli. Ma non è così. La brutale conquista del potere da parte di Mobutu e la caccia agli stranieri, depredati di tutto, lo spinge ad abbandonare il suo ultimo esilio. Un medico belga gli dice: «Sami, ti sei salvato ad Auschwitz-Birkenau. Mica vorrai morire qui». E così, assieme alla moglie, torna in Italia e ricomincia daccapo, inventandosi una terza o una quarta vita. Che carattere straordinario!
Adesso Sami si divide tra Ostia e Rodi. D’inverno sta a casa, nella sua casa sul litorale, e va a raccontare nelle scuole, nei licei e nelle università di tutta Italia cosa è stato l’orrore dei campi di sterminio, quanto è stato facile instillare e alimentare il più feroce odio razziale, quanti (in Italia) hanno venduto gli ebrei ai nazisti, e quanto sia velenosa e infame la campagna negazionista. D’estate si trasferisce a Rodi, per tener viva la memoria di quella terribile deportazione e per cementare la minuscola presenza della comunità ebraica sull’isola. Dalla fine della guerra, Rodi è greca. Ma quando chiedo a Sami se si senta più greco o italiano, quest’uomo fiero, salvo per caso, non ha un attimo di indecisione: «Sono italiano, e mi sento italiano».
(Fonte: Sette, settimanale del Corriere della Sera, 25 Gennaio 2012)

domenica 19 gennaio 2014

HANNAH ARENDT




Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario ed essere divenuta attivista della comunità ebraica di New York, comincia a collaborare con alcune testate giornalistiche. Come inviata del New Yorker in Israele, Hannah si ritrova così a seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann, da cui prende spunto per scrivere "La banalità del male", un libro che andrà incontro a molte controversie.

UN FILM DA VEDERE
trama

HANNAH ARENDT è il ritratto del genio che sconvolse il mondo, grazie alla sua scoperta della “banalità del male”. Dopo aver assistito al processo al nazista Adolf Eichmann, svoltosi a Gerusalemme, la Arendt osò scrivere dell’Olocausto con parole che non si erano mai sentite prima. Il suo lavoro provocò immediatamente uno scandalo, ma la Arendt non ritrattò, nonostante gli attacchi di amici e nemici. In quanto ebrea tedesca emigrata, lei aveva difficoltà a recidere i suoi legami dolorosi con il passato e il film mette in mostra il suo affascinante mix di arroganza e vulnerabilità, rivelando un’anima formata e sconvolta dall’esilio.
La pellicola mostra Hannah Arendt (Barbara Sukowa) nel corso dei quattro anni (dal 1961 al 1964), in cui assiste, scrive e sopporta la reazione nei confronti del suo lavoro sul processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Osservando la Arendt mentre partecipa al processo, rimanendo al suo fianco mentre viene contestata dai suoi critici e sostenuta da una ristretta cerchia di amici fedeli, avvertiamo l’intensità di questa donna ebrea forte, fuggita dalla Germania nazista nel 1933. Un’accanita fumatrice e una donna orgogliosa, la Arendt è felice e ha successo in America, ma la sua visione penetrante la rende un’outsider dovunque vada. Quando scopre che il Servizio segreto israeliano ha rapito Adolf Eichmann a Buenos Aires e lo ha portato a Gerusalemme, è determinata a raccontare il processo. William Shawn (Nicholas Woodeson), responsabile della rivista New Yorker, è eccitato di avere una stimata intellettuale a occuparsi di questo processo storico, ma il marito della Arendt, Heinrich Blücher (Axel Milberg), non condivide questo suo entusiasmo. Lui è preoccupato che questo incontro riporterà la sua amata Hannah a quelli che entrambi definiscono i “tempi oscuri”.
La Arendt entra in questo infuocato tribunale di Gerusalemme aspettandosi di vedere un mostro, ma invece scopre una nullità. La sciatta mediocrità di quest’uomo non coincide con la profonda malvagità delle sue azioni, ma capisce rapidamente che questo contrasto è proprio l’enigma che bisogna risolvere. Ritornata a New York, iniziando a comunicare la sua interpretazione rivoluzionaria di Adolf Eichmann, la paura si impadronisce del suo migliore amico, Hans Jonas (Ulrich Noethen). Lui la mette in guardia, dicendole che il suo approccio filosofico genererà soltanto confusione. Ma la Arendt difende il suo punto di vista coraggioso e originale, convincendo Heinrich a sostenerla in questo percorso. Dopo due anni di pensieri intensi, ulteriori letture e dibattiti con la sua migliore amica americana, Mary McCarthy (Janet McTeer), il ricercatore e amico tedesco, Lotte Köhler (Julia Jentsch) e, ovviamente, un confronto costante con Heinrich, consegna finalmente il manoscritto. La pubblicazione dell’articolo sul New Yorker provoca immediatamente uno scandalo negli Stati Uniti e in Israele, per poi estendersi al resto del mondo.
HANNAH ARENDT fornisce uno sguardo sull’importanza profonda delle sue idee, ma è soprattutto la commovente possibilità di capire il cuore.


(tratto dal web)

giovedì 16 gennaio 2014

Vera Vigevani Jarach,


Un nonno ammazzato dai nazisti ad Auschwitz 
e una figlia, appena 18enne, gettata da un aereo 
in volo sopra l'oceano atlantico, in uno dei tanti 
“voli della morte” della dittatura argentina. 







Vera Vigevani Jarach, ebrea italiana 
che nel 1939 fuggì a Buenos Aires 
a causa delle leggi razziali, 
oggi ha 85 anni e dedica la sua vita 
a testimoniare e a lottare 
contro il silenzio e l’indifferenza. 
«Sono una militante della Memoria», 
dice. Mossa da questo spirito, 
nonostante l’età e una vista 
sempre più debole, ha sorvolato 
l’oceano dall’Argentina all’Italia 
per raccontare le due tragedie 
che hanno attraversato al sua vita.
"Mi chiamo Vera e ho due storie: 
mio nonno fu ucciso ad Auschwitz, 
mia figlia morì su un volo 
della morte in Argentina. 
Per entrambi, non c’è tomba"

(liberamente tratto dal web)

domenica 27 gennaio 2013

MEMORIAL DAY





Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno, data in cui  il 27 gennaio 1945  le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (in tedesco Auschwitz) scoprendo il tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
Ad Auschwitz, circa 10-15 giorni prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con sé, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia stessa.
L'apertura dei cancelli di Auschwitz mostrò al mondo intero non solo molti testimoni della tragedia ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati dentro a quel lager nazista.

Il 27 gennaio il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebreo, è celebrato dagli stati membri dell'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005.
In Italia gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:
« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere. »
Nonostante questi stermini ci furono molte persone, ben 24.356, che aiutarono gli ebrei a sfuggire dalla morte che in seguito furono ufficialmente insignate dell'alta onorificenza dei Giusti tra le nazioni per il loro impegno a favore degli ebrei perseguitati durante l'Olocausto. Tra le nazioni con il maggior numero di insigniti ci sono:
(da Wikipedia)

martedì 28 agosto 2012

TULLIA ZEVI







Inevitabile la mia domanda su come fosse la vita di un’adolescente ebrea negli anni terribili del fascismo: 

“Fino al 1938 non percepivamo la differenza. 
Certo, non eravamo cattolici ma ci sentivamo italiani a tutti gli effetti. 
La mia famiglia era in Italia da circa cinque secoli. 
Poi, con le leggi razziali, che io chiamo ‘razziste’, le cose sono cambiate, siamo dovuti emigrare. 
Era l’estate del 1938, noi ci trovavamo in vacanza in Svizzera. 
Mio padre era a Milano, la città dove vivevamo e dove lui esercitava la professione di avvocato. 
E leggendo il testo delle leggi promulgate proprio in quei giorni fu lungimirante, capì che non si poteva più tornare a casa, che purtroppo era necessario rinunciare a tutto, alla casa, al lavoro, agli amici, agli affetti, alle abitudini. 
Era un’esclusione dalla vita sociale del paese per noi che eravamo nati e cresciuti italiani. 
Fu una partenza senza addii molto triste”.

Tullia Zevi beve un sorso di cappuccino, poi continua: 

“Mio padre pensava di poter continuare a vivere in Europa, a Parigi, di aprire uno studio da avvocato insieme ad un amico francese. 
Poi però le cose precipitarono, i germi del razzismo giunsero anche là e dovemmo partire, nell’estate del 1939, con una delle ultime navi civili che salpavano dal porto di Le Havre alla volta degli Stati Uniti”. ..

Le chiedo se secondo lei è cambiato qualcosa dopo l’orrore dei campi di sterminio, se le future generazioni devono temere che accada nuovamente quel che accadde con la Shoah: 

“I germi dell’intolleranza sono sempre in agguato. 
La democrazia è costruita perché si possa vigilare contro i regimi totalitari. Però il pericolo c’è sempre. 
Un grande americano, Thomas Jefferson, disse che il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza e credo che questo sia il messaggio da dare ai nostri giovani. 
Non bisogna dimenticare che i totalitarismi generano mostri. 
Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo, per questo è importante la storia, lo studio della storia, la memoria. 
Ma soprattutto dico ai giovani: ricordate che la democrazia è un bene supremo e costa lacrime e sangue riconquistarla. ”. 
 
 (dall’intervista “Cappuccino con Tullia Levi)

La giornalista e scrittrice è morta a Roma IL 22 gennaio 2011, a 91 anni.
Da giovine fu in esilio causa le leggi razziali e dopo l'esperienza americana con il ritorno in Italia  l'impegno politico e il giornalismo militante caratterizzarono la sua vita.
Nel 2007 aveva pubblicato l'autobiografia "Ti racconto la mia storia".



giovedì 26 gennaio 2012

HELGA DEEN









Helga Deen, nata a Stettino il 6 aprile 1925, morì il 16 luglio 1943 nel Campo di sterminio di Sobibòr, dove era stata deportata insieme alla sua famiglia. Coma Anna Frank ci ha lasciato un diario, redatto in un quadernino verde di 21 pagine, pubblicato postumo nel 2005 con il titolo Kamp Vught, orta edito da Rizzoli: Non dimenticarmi. Diario dal Lager di un'adolescenza perduta.
Helga riuscì a far avere il diario (insieme ad altre piccole cose: una penna stilografica, alcune lettere e cartoline,una ciocca di capelli) al fidanzato, il fotografo Kee Van Den Berg, che lo conservò, come una reliquia, fino alla sua morte, avvenuta nel 2004.









Nel suo diario si legge:



…Dio, non vedo né un principio né una fine, sembra resterò qui in eterno. Oggi tutto è nero e tetro, non un solo puntino di luce. Ho pianto fino a poco fa, ora scrivo: scrivere mi dà sempre sollievo e mi ridona fiducia. Appello, fra poco continuo. È già pomeriggio. Forse vado subito a passeggiare per un poco con mia madre. È stata una giornata così terribile. Stamattina ero rimasta coricata, perché non mi sentivo bene. Agognavo un po' di pace, ma qui essere malati è la cosa peggiore che ti possa capitare…

... Attraverso un pezzetto di finestra ho visto tramontare il sole, oro fuso dietro a luccicanti foglie di betulla. Un silenzioso fuoco sacro. Com'è possibile tutto questo? da una parte quella bellezza sacra, tranquilla, e me stessa e dall'altra questa atrocità rivoltante. ... 


Dio mio, perchè deve esistere una cosa del genere, perchè le persone devono rendersi l'un l'altra la vita così difficile? ... 


... Qui corre voce che domenica ci sarà un altro convoglio. Si vive nella miseria più totale. Neanche i sogni ti appartengono più. E allora ti tormenta dentro la miseria più tetra: tremenda,frastornante,urlante, ossessionante...











martedì 8 novembre 2011

IRENA SENDLER











Poco tempo fa è venuta a mancare una signora di 98 anni di nome Irena Sendler.


Durante la seconda guerra mondiale, Irena ottenne il permesso di lavorare nel ghetto di Varsavia, come Idraulica specialista. Aveva un 'ulteriore motivo'.
Era al corrente dei piani che i nazisti avevano per gli ebrei (essendo tedesca).

Irena portò in salvo migliaia di neonati nascondendoli nel fondo della sua cassetta degli attrezzi che portava nel retro del suo camion. I bambini più grandi li nascondeva in un sacco di iuta ... Teneva anche un cane nel retro del camion, che aveva addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti entravano e uscivano dal ghetto. I soldati, naturalmente, temevano il cane e il suo latrato copriva il pianto dei bambini.
Durante tutto questo tempo, Irena riuscì a salvare 2500 tra bambini e neonati.
Fu catturata, e i nazisti le ruppero entrambe le gambe e le braccia picchiandola selvaggiamente.


Irena aveva tenuto un registro dei nomi di tutti i ragazzi che clandestinamente aveva portato fuori dai confini e lo teneva in un barattolo di vetro, sepolto sotto un albero nel suo cortile.
Dopo la guerra, cercò di rintracciare tutti i genitori che potessero essere sopravvissuti per riunire le famiglie. La maggior parte di loro erano stati gasati. Irena ha continuato a prendersi cura di questi ragazzi, mettendoli in case famiglia o trovando loro famiglie affidatarie o adottive.


L'anno scorso Irena è stata proposta per il Premio Nobel della Pace.
Non è stata nominata eppure quel premio è di Irena Sendler che ha avuto il coraggio di opporsi alla barbarie salvando tanti bimbi da violenze e morte orribile.


Sono trascorsi ormai più di 60 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ed è necessario mantenere viva la memoria dei sei milioni di ebrei, 20 milioni di russi, 10 milioni di Cristiani e 1900 preti cattolici che sono stati assassinati, massacrati, violentati, bruciati, morti di stenti e umiliati! Si deve ricordare chi ha avuto il coraggio di opporsi!

È di importanza fondamentale che il mondo non dimentichi mai, affinchè una tale barbarie non accada mai più.













mercoledì 26 gennaio 2011

Giovedì, 27 GENNAIO 2011



Era il 1938 e avevo allora otto anni, quando mio papà mi disse che non avrei più potuto andare a scuola perché io ero una bambina ebrea e come tale lo stato non mi voleva più nelle sue scuole accanto agli altri bambini non ebrei. Fu uno choc, un pugno nello stomaco.



Una sensazione, innaturale per una bambina di pochi anni, mi accompagnò per lungo tempo: ero stata respinta dal mondo che mi circondava e che avevo sempre creduto amico. Per cinque anni fu una progressione continua di limitazioni man mano che leggi razziali venivano applicate e io leggevo sui visi dei miei cari l'umiliazione e anche la tristezza profonda di essere considerati cittadini di serie B dopo essere stati italiani onesti per secoli e anche fedeli ufficiali nella prima guerra mondiale.


Il 1943 vide me e mio papà prima fuggiaschi, poi arrestati e imprigionati.


Fui sola, a tredici anni, nelle carceri di Varese e di Como, poi a San Vittore con mio papà.


Fui con lui su quel treno che deportò noi e altri 650 disgraziati fino ad Auschwitz. Fu un'esperienza eccezionale, fu l'ultima settimana delle nostre vite con i nostri cari (non lo sapevamo, naturalmente), ma c'era in noi la consapevolezza grave di vivere un momento estremo, passati come bestie in un carro merci.


Quel viaggio fu segnato da tre momenti: prima si sentì soprattutto piangere disperatamente, poi, in una seconda fase, i più fortunati pregarono, infine ci fu una terza fase, per me quella più essenziale, la fase del silenzio, un silenzio solenne e importante: era la massima comunicazione fra persone che si amavano tanto. Poi fu l'arrivo e la separazione atroce.


Un gruppo di SS decideva della vita e della morte di ognuno. Da quel momento fui sola: fino a quell'istante, in cui lasciai per sempre la mano di mio papà, la mia identità era stata quella di figlia; capivo confusamente nella disperata solitudine che seguì, che dovevo costruirmi una nuova identità.


Ero sola, rapata, infreddolita, affamata, ero sola! Non capivo la lingua degli aguzzini e non capivo la maggior parte delle lingue parlate dalle altre prigioniere.


Non avevo una spalla su cui piangere, tutto intorno a me era orrore, mi era impossibile capire dove ero capitata e perché, ero sola.


Cercai allora di rifugiarmi in un mondo fantastico, mi dicevo che non ero io quella che era lì, cercavo di non vedere e di non sentire.



(Liliana Segre in: Vico Giuseppe, Santerini Milena (a cura), Educare dopo Auschwitz, Milano, Vita e Pensiero, 1995)

mercoledì 27 gennaio 2010

piccole vite spezzate





Andra e Tatiana Bucci. Avevano sei e quattro anni quando si aprirono le porte della salvezza nel kinderblock di Auschwitz- Birkenau. Sono due dei tre unici bambini italiani sopravvissuti. A loro il compito di tenere viva la memoria di tutti gli altri bambini della Shoah.

Prima fra tutte, quella del loro cuginetto Sergio.
“ Chi vuole rivedere la sua mamma, faccia un passo avanti” , avevano detto.
Sergio aveva sette anni e fu portato via con l’inganno insieme ad altri diciannove bambini che volevano rivedere la mamma e fecero quel passo.
Fini’ nel campo di Neuengamme sotto la giurisdizione del famigerato dottor Mengele. Si calcola che in tutto, furono quasi un milione i bambini che non tornarono, 220mila solo ad Auschwitz.


(dal web)